Biogas
Per un secolo non c’erano alternative alle grandi centrali. Oggi ci sono e stanno cambiando il modo in cui ragionare sull’energia.
Il sistema elettrico che usiamo oggi è stato progettato in un’epoca in cui non esisteva alternativa alla concentrazione. Produrre energia richiedeva impianti enormi – centrali a carbone, poi a gas, poi nucleari – perché solo alla grande scala i costi diventavano sostenibili. Una volta prodotta, quell’energia doveva arrivare ovunque: fabbriche, ospedali, case, negozi, impianti sportivi, ecc. Così sono nate le reti di trasmissione e distribuzione, migliaia di chilometri di infrastruttura pensata per portare elettricità da pochi punti di produzione a milioni di punti di consumo.
È un modello che ha funzionato per oltre un secolo e che ha elettrificato il mondo.
Ha anche un limite strutturale che per decenni non aveva importanza: ogni chilometro di cavo disperde energia, ogni trasformazione introduce perdite, ogni passaggio nella catena ha un costo. Finché non c’erano alternative, questo era semplicemente il prezzo da pagare per avere la luce accesa e far funzionare un impianto.
Oggi le alternative esistono. La domanda che sempre più aziende e gestori di strutture si stanno ponendo non è più solo “quanto costa l’energia” ma “ha ancora senso comprarla tutta da qualcun altro e trasportarla fin qui?”
Il fotovoltaico ha incrinato qualcosa che sembrava inamovibile. Non tanto sul piano tecnico – i pannelli solari esistono dagli anni Cinquanta – quanto su quello culturale. Ha convinto milioni di persone, prima i privati poi le aziende, che produrre energia in proprio è una cosa concreta, gestibile ed economicamente sensata. Una decisione pratica.
Il meccanismo è semplice e questo ha aiutato. Un impianto fotovoltaico si vede, si capisce, si misura: tanti pannelli sul tetto, un contatore che gira al contrario, una bolletta più bassa. Il salto concettuale richiesto è minimo. Quello che cambia è la direzione del flusso: invece di comprare energia da qualcuno che la produce lontano, la si produce dove la si consuma.
È questa inversione, più che la tecnologia in sé, che ha cambiato il ragionamento. La rete non è più l’unica fonte possibile, è una delle opzioni.
Il fotovoltaico ha aperto una porta. Ha dimostrato che il modello centralizzato è una scelta progettuale, non una legge fisica. E come tutte le scelte progettuali, può essere rivista quando le condizioni cambiano.
Il solare di notte non produce, nelle giornate coperte produce poco e non genera calore utilizzabile direttamente, produce elettricità, che eventualmente si può convertire in calore, con tutto quello che questa conversione comporta in termini di efficienza. Per una struttura con consumi concentrati nelle ore serali, o con una domanda termica reale e continuativa, la copertura che il fotovoltaico può offrire ha un tetto fisico che non dipende dalla dimensione dell’impianto.
Questo non significa che non convenga installarlo. Significa che non basta, in certi contesti.
Un albergo che scalda l’acqua delle docce alle sei di mattina e alle undici di sera, una RSA che mantiene le temperature costanti h24, una piscina che riscalda le vasche trecentosessantacinque giorni l’anno: sono strutture con un profilo di consumo che il fotovoltaico copre parzialmente per ragioni che non hanno nulla a che fare con la qualità della tecnologia ma con la fisica dell’irraggiamento solare.
La porta aperta dal fotovoltaico porta in una stanza più grande di quanto sembri dall’ingresso. Dentro ci sono altri strumenti, pensati per i contesti che il solare lascia scoperti.
La cogenerazione parte dallo stesso principio del fotovoltaico – produrre energia vicino a dove la si consuma – e lo porta in un territorio diverso.
Il processo brucia gas per produrre elettricità e, invece di disperdere il calore generato dal motore, lo recupera e lo usa: per riscaldamento, per acqua calda sanitaria, per processi che richiedono calore. Il rendimento complessivo supera il 90% perché quasi nulla di quello che entra nel sistema viene sprecato. Una centrale termoelettrica tradizionale si ferma al 40-45%, perché il calore di scarto finisce nell’atmosfera senza fare nulla di utile.
La cogenerazione produce in modo continuo, indipendentemente dall’ora e dalle condizioni atmosferiche. Produce elettricità e calore insieme, con un unico flusso di combustibile. Per una struttura con consumi continui e domanda termica reale – esattamente quelle che il fotovoltaico copre solo in parte – è una risposta che funziona dove l’altra si ferma.
Chi ha già il fotovoltaico e si accorge che la bolletta resta alta nelle ore notturne o sulla componente termica sta guardando esattamente il perimetro in cui la cogenerazione lavora meglio. Chi non ha ancora nessuno dei due ha la possibilità di ragionare su un sistema integrato fin dall’inizio.
In entrambi i casi, il punto di partenza è lo stesso: capire dove si consuma energia, quando, e in quale forma.
C’è un principio che si sta facendo strada: produrre vicino a dove si consuma, recuperare tutto quello che è possibile recuperare, ridurre la dipendenza da una rete costruita per un modello diverso, e strumenti diversi che lo applicano in contesti diversi.
Il fotovoltaico lo ha reso visibile e familiare. La cogenerazione lo porta dove il solare non arriva; lo storage risolve il problema dell’intermittenza; le pompe di calore spostano il ragionamento dal combustibile all’efficienza termica. Nessuno di questi strumenti è la risposta completa. Insieme, scelti in base al profilo di consumo di chi li installa, compongono qualcosa che assomiglia a un sistema energetico adulto: distribuito, efficiente, meno esposto alle oscillazioni di una rete centralizzata che trasporta energia per centinaia di chilometri prima che arrivi dove serve.
Per le aziende e i gestori di strutture, questo cambiamento ha una conseguenza pratica immediata. Ragionare sull’energia significa oggi ragionare su un mix: cosa ha senso autoprodurre, con quale tecnologia, in quale momento della giornata e dell’anno. È il tipo di analisi che cambia la struttura dei costi energetici in modo duraturo, a prescindere da dove andrà il prezzo dell’elettricità nei prossimi anni.
Chi gestisce una struttura con consumi continui ha già le condizioni per valutare se la cogenerazione ha senso nel proprio caso. Il punto di partenza è il profilo di consumo: quanta energia si usa, quando, e in quale forma. Sono i dati dei dodici mesi precedenti che dicono se un impianto può lavorare nelle condizioni per cui è stato progettato.
MTM Energia parte da lì: un’analisi preliminare dei consumi reali è il primo passo di qualsiasi valutazione seria. Serve a capire se la strada è percorribile, con quale taglia e con quali aspettative economiche. Prima di parlare di impianti, si parla di numeri.