I data center hanno fame di energia, la cogenerazione può nutrirli

I data center hanno fame di energia, la cogenerazione può nutrirli

Consumi alti, calore sprecato,
accettazione sociale:
la cogenerazione entra in
gioco dove le rinnovabili
non bastano.

La Cogenerazione applicata
ai data center trova le
condizioni operative
quasi ideali.

Fino a qualche anno fa, un data center era un problema da sistemisti. Stanze piene di server, aria condizionata sempre accesa, qualche generatore diesel di emergenza. Un costo operativo, non una questione energetica nazionale.

Poi è arrivata l’Intelligenza Artificiale e i conti non tornano più.

Addestrare un modello linguistico di grandi dimensioni consuma quanto un volo transatlantico e questo per ogni singola sessione di training. Un data center di fascia alta oggi assorbe decine di megawatt in modo continuo, h24, trecentosessantacinque giorni l’anno. Senza picchi e senza pause.

La risposta a questa richiesta di energia elettrica, può essere il fotovoltaico? È una risposta insufficiente, perché i numeri non reggono il confronto. Un data center da 10 MW avrebbe bisogno di decine di ettari di pannelli per coprire il fabbisogno e di notte, o quando il cielo è coperto, il problema resta intatto. I data center non vanno in standby quando non c’è sole. L’efficienza hardware aiuta, ma sposta il problema più in là: server più efficienti significano più server installati, non meno energia consumata in totale.

Il problema è sistemico e richiede una fonte di energia che non dipenda dalle condizioni atmosferiche e che possa stare fisicamente dentro o vicino all’impianto. Una fonte che l’industria energetica conosce da anni, anche se nessuno la associa ancora spontaneamente ai data center.

L’impianto che funziona meglio quando non si ferma mai

Il principio è semplice: bruciare gas per produrre elettricità, e recuperare il calore che altrimenti andrebbe disperso nell’atmosfera. Rendimento complessivo superiore al 90%, contro il 40-45% di una centrale termoelettrica tradizionale.

La cogenerazione applicata ai data center trova le condizioni operative quasi ideali.

Un data center consuma in modo costante, senza variazioni stagionali significative, senza weekend o festività. Per un cogeneratore, che lavora meglio quando funziona in modo continuo, questo è esattamente il contesto che massimizza la resa. Non ci sono ore di sottoutilizzo, non ci sono ramp-up e ramp-down frequenti. La macchina gira senza interruzioni, produce e recupera in modo continuo.

Il tema del raffreddamento è dove la tecnologia diventa davvero interessante. I server generano calore; tenerli alla temperatura operativa corretta assorbe, a seconda delle stime, tra il 30 e il 50% del consumo energetico totale di un data center. Tradizionalmente questo calore viene smaltito con chiller elettrici, cioè macchine che consumano ulteriore elettricità per produrre freddo.

La trigenerazione inverte questa logica: il calore prodotto dal cogeneratore alimenta gruppi frigoriferi ad assorbimento, che producono acqua refrigerata senza consumo elettrico aggiuntivo. Il calore diventa freddo e lo spreco diventa un’altra risorsa.

MTM Energia ha realizzato impianti di trigenerazione in contesti industriali complessi, tra cui un impianto da 1,2 MWe a Livorno, progettato per produrre contemporaneamente elettricità, calore e acqua refrigerata a temperature molto basse. La logica è la stessa che si applicherebbe a un data center: domanda di raffreddamento costante, necessità di affidabilità continua, vantaggio crescente all’aumentare della taglia dell’impianto.

C’è poi la questione della ridondanza. I data center non possono permettersi interruzioni. Un cogeneratore ben integrato è un sistema che riduce la dipendenza dalla rete elettrica esterna, con tutto quello che questo significa in termini di continuità operativa quando la rete ha problemi.

Un data center può cedere
calore alla comunità circostante:
diventa un fornitore.

Il calore non si butta: da problema a risorsa

C’è un dato che raramente compare nelle discussioni sull’impatto energetico dei data center. Tutto il calore che producono va da qualche parte, di solito nell’aria, attraverso torri di raffreddamento, condensatori, sistemi di dissipazione che lavorano senza sosta per tenere i server alla temperatura giusta. Dal punto di vista termodinamico, è energia che esce dall’edificio senza fare nulla di utile.

In un impianto cogenerativo, questo calore alimenta i gruppi ad assorbimento, produce acqua calda per i circuiti interni, riduce il carico sui sistemi di raffreddamento tradizionali. Ma in un impianto ben progettato e ben posizionato, può fare anche altro.

Il teleriscaldamento urbano funziona esattamente su questo principio: prendere calore che esiste già – prodotto da una centrale, da un inceneritore, da un processo industriale – e distribuirlo agli edifici vicini invece di disperderlo. Un data center cogenerativo di medie dimensioni produce calore sufficiente a servire un quartiere residenziale. Alcune città europee ci stanno già ragionando seriamente: Stoccolma e Helsinki hanno avviato progetti pilota in cui i data center diventano fornitori di calore per la rete cittadina.

Lo stesso ragionamento vale in scala più piccola. Un data center in zona industriale può cedere calore a uno stabilimento produttivo vicino che ne ha bisogno per i propri processi. Uno in area extra urbana può alimentare serre agricole, che funzionano bene con temperature costanti e consumi termici prevedibili.

Quello che cambia, in questa prospettiva, è il modo in cui si guarda all’impianto. Un data center che cede calore alla comunità circostante non è più solo un consumatore di risorse, diventa un fornitore. È una narrazione completamente diversa da quella che alimenta le proteste vicino ai cantieri dei Data Center sempre più diffuse.

La licenza sociale a costruire

Nei mesi scorsi, in diverse città europee, i cantieri per la costruzione di nuovi data center hanno incontrato l’opposizione dei comitati di residenti. Il problema non è solo la percezione, è che il data center, nella sua forma tradizionale, davvero non porta molto al territorio in cui si installa.

Un edificio grande, silenzioso e opaco. Consuma elettricità in quantità industriali, non produce niente di visibile, non assume manodopera locale in modo significativo. La domanda che si fa chi abita nelle vicinanze è legittima: che benefici ci porta?

La risposta è tecnica.

Un impianto di cogenerazione alimentato a biometano – gas prodotto da scarti organici, reflui zootecnici, rifiuti – ha emissioni nette molto più basse di un data center allacciato alla rete nazionale, che in Italia incorpora ancora una quota significativa di fonti fossili. È un argomento concreto, si misura, si certifica, regge a un confronto pubblico davanti a un’amministrazione comunale o a un comitato di residenti.

L’accettazione sociale di un’infrastruttura si costruisce anche con le scelte progettuali.

Il momento giusto è in fase di progetto

Integrare la cogenerazione in fase di progetto ha un costo e una complessità gestibili. Inserirla su un impianto già costruito e operativo è un’altra cosa: interventi sulle centrali termiche esistenti, modifiche ai circuiti di raffreddamento, interruzioni operative che in un data center hanno un prezzo preciso e misurabile.
Gli impianti di trigenerazione su scala industriale esistono e funzionano. Il biometano è disponibile sul mercato italiano e il quadro normativo si sta strutturando in quella direzione. La tecnologia non manca.

Un data center che parte già con una logica cogenerativa affronta diversamente tre problemi contemporaneamente: il costo dell’energia, la dipendenza dalla rete e il rapporto con il territorio in cui si installa. La soluzione che li affronta tutti e tre insieme, la cogenerazione, vale la pena di essere esaminata fin dall’inizio del progetto.